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E la Baviera

si mette in mostra

 

Se la contano e se la credono. O almeno così pensano sospettosi molti tedeschi, osservando con sufficienza il gongolante campanilismo dei loro compatrioti bavaresi. Tutta invidia, ribattono questi: come si può rimanere insensibili al fascino di una terra così bella e prospera?

 

E proprio al Mito della Baviera il Museo Civico di Monaco dedica fino al prossimo Marzo una mostra.

 

Già nell’Ottocento era un prussiano come Bismarck a notare sbalordito il profondo legame che unisce i bavaresi alla propria “Heimat”, la rassicurante patria locale in contrapposizione alla “Vaterland”, la Nazione sovraregionale. Oggi è invece lo scrittore Roger Willemsen a osservare nel suo bestseller Viaggio in Germania come i bavaresi probabilmente siano «l’unica popolazione che desidera rimanere uguale ai propri clichè».

 

E più questi clichè diventano logori, più s’accaniscono a mantenerli in vita.

 

Lo slogan «Laptop und Lederhosen» con cui ad esempio il partito conservatore bavarese riassume la propria concezione di modernità nell’ambito della tradizione, potrà magari riscuotere successo nelle birrerie di Monaco, ma altrove fa ridacchiare molti tedeschi. Associare i computer portatili (Laptop) ai pantaloncini in pelle del costumi regionale bavaresi (Lederhosen), pensano infatti, è un’idea che può venire solo dopo aver alzato il gomito.

 

La mostra, concepita con l’idea di “rovistare in un vecchio magazzino”, naturalmente locale, per scovare tutte le piccole cose – magari «di pessimo gusto» – che in qualche modo contribuiscono a spiegare il mito bavarese, vuole fare la gioia di tutti i fan del “Libero Stato di Baviera”. Numerosi sono innanzi tutto i dipinti a tema alpino-pastorale, in cui giovani contadini e sode pastorelle lavorano, cantano e giocano dentro e fuori baite da cartolina. Il tutto sullo sfondo delle alpi della Baviera o in riva ai suoi laghi. Naturalmente indossando l’immancabile costume tradizionale (senza però alcun laptop vicino). Non mancano poi i quadri, gli indumenti, i fucili e persino un’inquietante parete di teste di cervo imbalsamate. Tutto in onore della caccia, irrinunciabile attività per un popolo che «mastica e morsica, trinca e vomita, sputa e scorreggia e immaginarselo vegetariano è proprio impensabile». Sono sempre parole di Willemsen, assenti tuttavia dalle numerose citazioni sulla Baviera che costellano le sale dell’esposizione.

 

Ma i bavaresi non sono solo degli instancabili mangiatori di selvaggina. Si distinguono infatti anche per essere eccezionali bevitori. D’altronde non è forse a Monaco che si tiene l’Oktoberfest, la festa della birra più grande del mondo (quasi 6 milioni di visitatori all’ultima edizione), meta fissa di parecchi turisti italiani e importantissimo componente della mitologia locale?

 

E, sebbene notoriamente conservatori, i cittadini di Monaco furono persino capaci, per la birra, di progettare una  rivoluzione, nel 1874, quando le birrerie della città innalzarono troppo i prezzi. Ma la carne fu debole e la gola troppo secca. E così l’unica rivolta che i monacensi avrebbero tollerato, fallì miseramente.

 

Non che i bavaresi siano solamente dediti alla baldoria. Al contrario, nel manifestare il loro cattolicesimo, danno filo da torcere anche ai devoti “latini”. Ecco allora una sezione della mostra dedicata ai famosi scultori di crocefissi di Oberammergau.

 

Ma tutti questi sono solo alcuni degli aspetti che spiegano il fascino della Baviera. Altri, ricordati o meno nell’esposizione, sono le costruzioni fiabesche del malinconico re Ludwig II, a cui si sono ispirati i costruttori di Disneyland per creare il castello di Biancaneve, o magari i 18 metri di Baviera, la colossale personificazione della regione stessa, eretta nel 1850 ai piedi del pantheon cittadino. Ma anche la squadra di calcio dell’FC Bayern e l’eleganza delle automobili B.M.W. contribuiscono a celebrare ogni giorno il mito della Baviera.

 

Che poi, nonostante tutte le mostre di questo mondo, rimane comunque impossibile da spiegare solamente a parole.

 

Ma in fondo, se così non fosse, che mito sarebbe?

 

Alessandro Melazzini

www.melazzini.com

 


 

Articolo pubblicato in versione ridotta su "La Stampa" del 26 Ottobre 2004

 

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